“Dove non arriva uno, arriva l’altro” – sopravvivere all’isolamento del lockdown con l’auto-aiuto

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E’ all’attenzione della stampa il grave problema della salute mentale in questa situazione emergenziale di lockdown. Si chiede a gran voce di dare una risposta concreta, di offrire soluzioni. Credo che potrà essere evidente a tutti che i territori e i servizi che hanno sostenuto e promosso l’attivazione di un forte associazionismo per la salute mentale, potranno raccoglierne i frutti. In particolare l’associazionismo basato sull’auto-aiuto.

Ne è  prova diretta ed inequivocabile ciò che è accaduto a noi fin dai primi giorni di isolamento. Non ci siamo fermati, paralizzati e disorientati dallo shock: tutte le energie del nostro gruppo di lavoro, consolidato da anni di sfide e impegno quotidiano, si sono rivolte alla ricerca di soluzioni per preservare i nostri soci, i nostri amici più fragili, i “gruppi”. Nel giro di pochissimi giorni tutti i facilitatori sociali e gli operatori sono stati in grado di proporsi come punto di riferimento per un gran numero di famiglie e di persone.

E’ stato evidente a tutti molto in fretta quali fossero gli elementi fondamentali per affrontare al meglio la situazione:
1) Offrire presenza. In qualsiasi situazione di emergenza, le indicazioni del Pronto Soccorso Psicologico dell’OMS partono proprio da questa base: fare in modo che la persona in pericolo si renda conto di non essere sola. E’ anche uno dei pilastri dell’auto-aiuto: cercare di far capire alla persona disorientata dai sintomi del disagio psichico che, al di là della propria prigione di sofferenza e paura, c’è qualcuno con cui si può parlare. Sempre.

2) Sviluppare la fiducia del/nel gruppo. Di fronte al disorientamento dell’emergenza, in cui, come abbiamo potuto sperimentare, siamo stati esposti a un’esubero di “notizie” e abbiamo ricevuto ben poche risposte chiare, occorre aiutare le persone a sviluppare la consapevolezza che, per quanto grave possa diventare la situazione, si può sempre cercare insieme una soluzione. Sia per i problemi pratici (“come faccio a trovare le mascherine?”, “Come faccio se mi ammalo?”, “Come posso fare senza stipendio per un mese?”), ma soprattutto per quelli emotivi: riconoscere le emozioni inaspettate che emergono di fronte alle nuove difficoltà, imparare ad adattarsi alla situazione, gestire i momenti di crisi sapendo di poter chiedere (e offrire) sostegno e ascolto.

“Insieme” è la parola chiave. L’auto-aiuto innesca una dinamica di reciprocitàcooperazione e di Empowerment. Se si riesce ad innescarlo in modo efficace, invece di 10 persone sole, disperate e fragili, ci saranno 10 persone che si offriranno reciprocamente vicinanza emotiva e le proprie conoscenze e abilità. Ognuno mettendosi in gioco secondo le proprie forze, piccole o grandi che siano. Come ci insegnava Roberto Pardini, uno dei  facilitatori sociali storici: “dove non arriva uno, arriva l’altro”. L’Empowerment è contagioso tanto quanto la paura: di fronte al pericolo i nostri “sensi” più antichi sono pienamente risvegliati e ci guidano più della razionalità. Saremo naturalmente portati a seguire un gruppo consolidato, che ci appare sicuro ed affidabile, così si instaura un circolo virtuoso: il numero di persone legate dal processo collaborativo moltiplicherà le chance di sostegno, perché quando gli elementi più forti avranno un momento di crisi, saranno spontaneamente supportati da coloro che, in un primo tempo, sembravano solo fragili ed indifesi.
Una versione straordinaria del prepping all’americana, ma centrato sulla relazione e sulle reazioni emotive ai problemi!

3) Strutturare un metodo per poter gestire tutto ciò al meglio, in modo flessibile, adeguato al mutare delle esigenze quotidiane, cercando strumenti e conoscenze aggiuntive, valorizzando le conoscenze già maturate negli anni e condividendo le risorse della comunità scientifica della rete dei professionisti.

Quindi, qual è una buona risposta per sopravvivere “sufficientemente sani” al lockdown? Sostenere ed imparare ad attivare reti solidali forti, sviluppando quanto più è possibile una “salute di comunità“. Adesso, nel momento del bisogno, ma soprattutto nel futuro!

Eva Campioni. Facilitatrice sociale e counsellor

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