La resilienza, secondo gli ultimi studi, è definita come una forza, un’attitudine che ognuno in parte possiede ma che può essere anche influenzata dall’ambiente, come afferma nei suoi libri Boris Cyrulnik, neuropsichiatra ed etologo francese, direttore dell’Osservatorio Internazionale sulla Resilienza. E’ inoltre definita come la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità che la vita offre, senza perdere la propria umanità.

Le identità delle persone resilienti si nutrono e si sviluppano servendosi di alcuni meccanismi quali l’umorismo, l’ironia, la creatività, la capacità di relazione, la perspicacia, l’autonomia e un certo senso morale.

Nelle epoche e nelle varie culture la resilienza è apparsa e si è manifestata come un processo possibile per modificare un racconto di vita, per avviare una metamorfosi del sé capace di riorientare una traiettoria esistenziale in positivo utilizzando le risorse disponibili, se pur scarse. L’attitudine alla resilienza che viene richiesta agli operatori che lavorano nei servizi per la salute mentale richiede una significativa capacità di dare un senso a ciò che è accaduto, la gestione delle emozioni e il mantenimento di un sufficiente livello di autostima anche in condizioni complesse e articolate come quelle relative al coping di una patologia psichiatrica.

All’interno dei servizi di salute mentale è difficile e faticoso riconoscere e lavorare in una prospettiva dove l’utente è visto come soggetto e attore del proprio percorso di integrazione e di emancipazione, ma non impossibile. Infatti l’incontro con la malattia rappresenta una risorsa per poter comprendere in senso ampio le differenze e successivamente poter lavorare con queste favorendo così percorsi di integrazione e di elaborazione di una pluralità di prospettive che tengano conto sia del punto di vista dell’utente che quello del professionista.

Resilienza e salute mentale

In salute mentale la resilienza non corrisponde alla “competenza sociale”, alla “salute mentale positiva” o al buon adattamento; non è un tratto psicologico osservabile, ma un concetto interattivo che deriva dalla combinazione di esperienze di rischio gravi con una riuscita psicologica relativamente positiva a dispetto di tali esperienze mista a fattori protettivi, i quali  però non possono essere considerati attributi fissi: infatti alcune variabili possono costituire un fattore di rischio in una data circostanza e divenire protettive in un’altra, oppure è possibile che fattori protettivi e fattori di rischio tendano ad accumularsi e ad essere pervasivi, aumentando la probabilità di successo/insuccesso di un soggetto

La resilienza è in altri termini la capacità di autoripararsi dopo un danno, di far fronte, resistere, ma anche costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante situazioni difficili che fanno pensare a un esito negativo. Essere resilienti non significa infatti solo saper opporsi alle pressioni dell’ambiente, ma implica una dinamica positiva, una capacità di andare avanti, nonostante le crisi, e permette la ricostruzione di un percorso di vita.

La letteratura scientifica dimostra che la resilienza è un fenomeno ordinario nell’essere umano e non stra-ordinario. Le persone comunemente e generalmente si dimostrano resilienti, infatti con il trascorrere del tempo trovano il modo di adattarsi bene a situazioni oggettivamente drammatiche come incidenti, lutti, calamità naturali ed eventi traumatici in generale.

Essere resilienti non significa che la persona non si senta in difficoltà o non esperisca una certa quota di distress, di dolore emotivo o di tristezza, ma significa mettere in atto una una serie di comportamenti, pensieri e atteggiamenti che possono essere appresi, migliorati e sviluppati in ciascun individuo.

In letteratura si discute sulla possibilità di svolgere un lavoro specifico sulla resilienza in varie fasi di sviluppo e in presenza di una psicopatologia: il lavoro terapeutico si basa sulla possibilità dell’individuo di operare delle “trasformazioni cognitive” in momenti critici, definiti turning points (punti di svolta), all’interno di un percorso di recupero da eventi ed esperienze stressanti. La possibilità per l’individuo di operare tali trasformazioni andrebbe interpretata come un marker di resilienza, rappresentando un adattamento a circostanze avverse che coinvolge i fattori protettivi. In ottica preventiva, diviene quindi fondamentale implementare precocemente interventi volti a migliorare le capacità di resilienza, in generale le abilità socio-emotive, per prevenire la vulnerabilità a decorsi psicopatologici.

Nel percorso terapeutico bisogna tener conto e in caso lavorare su cinque componenti che contribuiscono a sviluppare la resilienza:

  1. L’Ottimismo, cioè la disposizione a cogliere il lato buono delle cose, che è un’importantissima caratteristica umana che promuove il benessere individuale e preserva dal disagio e dalla sofferenza fisica e psicologica. Chi è ottimista tende a sminuire le difficoltà della vita e a mantenere più lucidità per trovare soluzioni ai problemi.
  2. L’autostima, che si accoppia all’ottimismo. Avere una bassa considerazione di sé ed essere molto autocritici, infatti, conduce a una minore tolleranza delle critiche altrui, cui si associa una quota maggiore di dolore e amarezza, aumentando la possibilità di sviluppare sintomi depressivi.
  3. La Robustezza psicologica, che è a sua volta scomponibile in tre sotto-componenti, quali il controllo dell’ambiente circostante, l’impegno e la sfida, che include la visione dei cambiamenti come incentivi e opportunità di crescita piuttosto che come minaccia alle proprie sicurezze.
  4. Le emozioni positive, ovvero il focalizzarsi su quello che si possiede invece che su ciò che ci manca.
  5. Il supporto sociale, definito come l’informazione, proveniente da altri, di essere oggetto di amore e di cure, di essere stimati e apprezzati. E’ importante sottolineare come la presenza di persone disponibili all’ascolto sia efficace poiché mobilita il racconto delle proprie sventure.

Concludendo, si evince quindi quanto il concetto di resilienza sia fondamentale all’interno del  discorso sulla salute mentale e, pertanto, punto cardine del percorso riabilitativo tra professionisti sociosanitari e pazienti.

Anna Ghignola
Tirocinante corso di Laurea in Tecnica della Riabilitazione Psichiatrica, Università di Pisa.