A volte basta cambiare le parole per avere un’altra prospettiva

Che fare?

C’era una volta un re, diranno i miei piccoli lettori. E invece no, era un burattino di legno.

Dovevo andare a una visita psichiatrica al CIM. Sono arrivato in via Romiti in anticipo, e ho deciso di passare il tempo su una panchina della piazza, di fronte alla splendida chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno. Mentre andavo a sedermi su una panchina, ho visto un tizio del centro diurno salutare un vecchio seduto. Il vecchio gli ha fatto “pussa via” come si fa a un cane. Ora, un paziente psichiatrico molte volte è un po’ come un burattino di legno. Ero in piazza Felice Cavallotti, dovevo passare da un vialetto e c’era un gruppo di pazienti psichiatrici giovani. Invece di svoltare da un’altra parte decido di passare in mezzo chiedendo permesso. Non si spostavano. Erano bloccati. Uno, senza spostarsi, mi fissava. Noi pazienti psichiatrici siamo un po’ burattini di legno. Impacciati. Non abbiamo il know how delle relazioni sociali. Siamo spaventati. Io lo capisco bene il rifiuto da parte delle persone. In fondo è una cosa giusta. Siamo strani. Ma essere costantemente rifiutati porta con sé una grande sofferenza, che accresce l’incapacità. La strategia sociale mi sembra che sia quella della ghettizzazione. La difesa da questa strategia creare spazi accoglienti. Come associazione abbiamo uno stabilimento balneare ovviamente inclusivo. Associazioni, centri diurni portano in gita al mare i loro utenti, sapendo che saranno bene accolti. Ma cosa succederebbe se decidessero di andare a uno stabilimento balneare “normale”? Credo che non ci pensino nemmeno. Giustamente, le persone non vogliono essere disturbate da quello che è strano. Ho chiesto a un’amica un sinonimo di strano, senza dirle il contesto in cui sto usando questo aggettivo. Lei mi ha suggerito: inconsueto, raro. A volte basta cambiare le parole per avere un’altra prospettiva. Una psicologa una volta mi ha detto che in questo mondo nessuno ascolta nessuno, figuriamoci se qualcuno ascolta i matti.

Penso alle persone più fragili, quelle che stanno in silenzio, come quelli che ho incontrato in piazza Felice Cavallotti. Persone con una ricchezza interiore inespressa, burattini di legno che vorrebbero diventare di carne e ossa. Ma anche tante persone “normali” assomigliano spesso a tante marionette, tirate da fili un po’ buoni e un po’ cattivi, comunque non libere. Nemmeno libere di ascoltare, di accogliere. Hanno paura del diverso, e dalla paura nasce l’odio. Ci sono malattie della mente per cui non esistono farmaci., come la paura e l’odio, che non danneggiano solo i malati di mente: sono tossine che rendono difficile la coesistenza delle persone. Credo che l’unica strategia non sia convincere tutti che la tolleranza è una cosa buona e necessaria, ma incominciare a praticarla, che incomincino le persone di buona volontà: in fondo, come paura e odio sono contagiosi, può essere contagiosa anche la salute. Ci sono molte persone che non sono sensibili al problema dello stigma nei confronti dei malati di mente, semplicemente perché non si sono mai trovate a confrontarsi con esso, ma sono persone generose e di buon cuore. Le parole che ho scritto, le ho scritte soprattutto per voi.