Potremmo cominciare affermando che l’auto-aiuto si occupi fondamentalmente di empowerment, considerando questo termine nella sua accezione psicoterapeutica e di psicologia di comunità.
Secondo la definizione di Katz e Bender riportata in letteratura i gruppi di auto-aiuto sono piccole strutture gruppali volontarie per il mutuo-aiuto e il raggiungimento di obiettivi particolari, solitamente formati da pari che si sono uniti per assistersi reciprocamente e soddisfare un bisogno comune, superando comuni handicap o problemi inabilitanti e puntando ad un cambiamento personale e/o sociale desiderato.
Spesso offrono sia assistenza materiale sia supporto emotivo; sono frequentemente orientati sulla «causa» e promulgano una ideologia e dei valori, attraverso cui i membri possano conseguire un aumentato senso di identità e responsabilità personale.
Sulla base degli scopi primari da raggiungere, Katz e Bender distinguono tre gruppi principali:
• quelli fondati sull’autoregolazione e la crescita personale;
• quelli basati sulla difesa sociale intesa come forma di azione sociale in generale che comprende campagne di sensibilizzazione ed educazione;
• quelli impegnati a creare nuovi modelli di vita.

La storia dell’auto-aiuto
Il primo «storico» dell’auto-aiuto, P. Kropotkin, individua già nelle società preistoriche forme di mutuo aiuto e di cooperazione all’interno di clan e tribù per difendersi e attaccare altre tribù e attribuisce allo sviluppo di queste forme di cooperazione sociale la sopravvivenza dell’uomo e il successivo passaggio dell’organizzazione sociale in unità familiari.
I primi veri «movimenti» di auto-aiuto nascono tuttavia in seguito alla rivoluzione industriale e alla crescente necessità di far fronte ai problemi sociali, economici e sanitari a essa collegati: le Friendly Societies in Inghilterra, ad esempio, sorsero nella seconda metà dell’Ottocento in modo spontaneo come gruppi locali di lavoratori in cerca di un sostegno comunitario per fronteggiare problemi di vita quotidiana come l’alloggio e la salute, assicurazioni e prestiti, indennità per i lavoratori, cooperative di consumo.
Gli squilibri sociali ed economici causati dalla rivoluzione industriale diedero l’impulso anche negli Stati Uniti alla nascita delle «comuni utopistiche» prima e alle Trade Unions successivamente.
E’ negli anni ‘30 comunque che nascono formalmente i primi veri gruppi di auto-aiuto che si occupano non solo di assistenza sociale ma anche di problemi sanitari, e che inoltre pongono l’accento sull’importanza della responsabilità individuale rispetto al proprio cambiamento, al proprio empowerment. Nel 1935 vengono
fondati ad esempio gli Alcoholics Anonymous, con lo scopo di aiutare le persone dipendenti dall’alcol ad affrancarsi dalla loro dipendenza: questo gruppo nacque sulla base dei principi e dell’ideologia di un movimento luterano che aveva come fine la rinascita spirituale dell’umanità attraverso la condivisione, il mutamento e la conversione.
Storicamente quindi, l’auto-aiuto nasce in primo luogo per far fronte a necessità materiali, di sopravvivenza economica e sociale, e solo in un secondo tempo risponde a esigenze anche di cambiamento individuale, di autosviluppo, di superamento di condizioni di powerlessness, ovvero di mancanza di potere sia individuale che collettiva.

Caratteristiche dei gruppi di auto-aiuto
I gruppi di auto-aiuto si distinguono da altre tipologie di gruppo utilizzate in ambito psicologico, medico o sociale perché condividono in tutto o in parte le seguenti peculiari e distintive caratteristiche:
• Condividono le proprietà dei piccoli gruppi. Il gruppo è un organismo in cui l’esistenza dell’insieme di relazioni che intercorrono tra i membri è necessaria perché vengano soddisfatti certi bisogni individuali dei membri: si appartiene quindi al gruppo perché solo la sua esistenza e organizzazione rende possibile la soddisfazione di determinate esigenze, che non sarebbero altrimenti ottenibili con altri mezzi.
• Sono centrati sul problema e organizzati in relazione a specifici problemi. L’aiuto allude infatti alle attività intraprese dai membri a vantaggio delle problematiche e dei bisogni comuni. È l’esistenza di queste problematiche specifiche e condivise che differenzia sostanzialmente un gruppo di auto-aiuto da un gruppo psicoterapeutico.
• I membri del gruppo tendono a essere dei pari. È il fatto di condividere determinati disagi e difficoltà che definisce lo status di appartenenza al gruppo, malgrado le diverse età, sesso, estrazione sociale, posizione socio-economica.
• Condivisione di obiettivi comuni. I membri sono auto-coscientemente orientati verso il raggiungimento di alcune mete consone rispetto a ciò che è percepito come problema centrale comune e che emergono dal gruppo piuttosto che essere determinate dall’esterno.
• L’azione è azione di gruppo. In coerenza con le proprietà dei piccoli gruppi, il gruppo è un tutto dinamico, maggiore della somma delle sue parti, e qualunque cosa incida sul sistema, incide su ogni parte; l’azione dei membri individuali è vista quindi come parte del tutto, che ha relazione ed effetto su di esso.
• Aiutare gli altri è una norma espressa dal gruppo. Questo è uno degli aspetti chiave dell’auto-aiuto: l’enfasi è sull’utilità della nostra partecipazione e attività personale a vantaggio dell’altro e/o del gruppo intero, ovvero sulla cooperazione e sulla mutualità tra i membri; chi maggiormente beneficia del sostegno può essere proprio colui che aiuta gli altri membri.
• Potere e leadership su base pari.
• La comunicazione orizzontale. La comunicazione si presenta come uno scambio reciproco di informazioni, racconti, emozioni, a cui tutti possono e devono prendere parte, seppure in maniera differenziata a seconda del proprio bagaglio e delle proprie caratteristiche personali.
• Coinvolgimento personale. Questo è un requisito fondamentale per tutte le attività dei gruppi di auto-aiuto.
• Responsabilità personale per le proprie azioni e decisioni. Ci si aspetta che ogni membro agisca al meglio delle sue capacità, in accordo con ciò che il gruppo ha stabilito come accettabile o non accettabile.
• Orientamento all’azione. La filosofia che anima i gruppi è “imparare facendo” e “cambiare facendo”: lo scopo esplicito di questi gruppi è quindi la sperimentazione di nuove modalità di azione e di comportamento, di nuovi modi di sentire e trasmettere i propri vissuti.

I processi attivati dai gruppi di auto-aiuto
L’azione dei gruppi di auto-aiuto coinvolge contemporaneamente il livello cognitivo, conoscitivo, comportamentale della persona insieme a quello emotivo, affettivo, relazionale, promuovendo anche una sensibilizzazione nei confronti di ciò che accade sia a se stessi sia nelle relazioni con gli altri.
Le particolari caratteristiche dei gruppi di auto-aiuto permettono l’instaurarsi di
dinamiche e processi molto particolari, quali:
• Identificazione con i pari e con i gruppi primari di riferimento. La condivisione dei problemi determina contemporaneamente lo status di appartenenza al gruppo e facilita lo scambio delle storie personali, delle informazioni e dei vissuti.
• Apprendimento come relazione esplicita e diretta con l’esperienza. L’apprendimento nasce dall’esperienza e dalla sperimentazione attiva di nuove modalità di comportamento, sia all’interno sia all’esterno del gruppo. Il gruppo favorisce inoltre una maggiore sensibilità nei confronti di ciò che accade in se stessi e nelle relazioni con gli altri, facilitando la revisione dei propri schemi comportamentali e di pensiero di fronte alla percezione di modalità diverse di atteggiamento assunte dagli altri membri.
• Occasione e offerta di un livello/status ai membri. Il gruppo di auto-aiuto può essere un luogo di riduzione della stigmatizzazione e dell’etichettamento a cui ciascun membro è soggetto nella realtà. In questo senso l’appartenenza al gruppo in quanto affermazione di una identità aiuta a ridurre lo stigma socialee aumenta l’accettazione del soggetto, riabilitando contemporaneamente la sua collocazione sociale.
• Principio dell’helper. Aiutare gli altri ha una maggiore valenza d’aiuto per se stessi e per il gruppo come totalità; poiché tutti si attivano contemporaneamente sulla base di questo principio, tutti possono beneficiare, anche se in tempi differenti, di questo processo. Il facilitatore è il primo garante del senso e del valore del gruppo e del rispetto della metodologia che fa funzionare un gruppo, per questo deve avere la formazione e l’esperienza dei gruppi, oltre ad una certa adattabilità alla patologia.
• Consumatore come produttore. Nell’auto-aiuto non c’è più differenza tra colui che usufruisce di un servizio, un aiuto, una cura, cioè l’utente, e coloro che sono invece preposti alla creazione/erogazione di questo aiuto, cioè gli operatori. Il ruolo del singolo diventa quindi centrale, e aumenta il potere che ciascuno può esercitare circa la scelta di stili di vita più o meno salutari: l’empowerment in questo caso riguarda la comprensione della propria situazione di salute/malattia e l’attivazione di capacità e abilità rilevanti per raggiungere situazioni di benessere psicofisico.
• Condivisione dell’esperienza. Il racconto della propria storia al resto del gruppo permette di trasformare la percezione confusa delle proprie esperienze in un racconto chiaro per sé e per gli altri e condivisibile. La condivisione dell’esperienza attiva un duplice processo di destrutturazione e di ricostruzione: la prima riguarda il riconoscimento del problema attraverso la definizione del problema reale, la condivisione di informazioni e di strategie di soluzione del problema e delle difficoltà a esso connesse e la destigmatizzazione, cioè il tentativo di eliminare l’etichettamento sociale; la seconda riguarda invece tutti i processi e le attività finalizzati al raggiungimento di una nuova definizione di sé e di nuovi stili di vita soddisfacenti ed è l’insieme dei progetti e delle attività cooperative ideati e condivisi dai membri del gruppo. È nel processo di ristrutturazione che le persone “imparano facendo” dato che i progetti stabiliti dal gruppo sono impegni che ogni membro si assume nei confronti degli altri e che gli permettono di dimostrare a se stesso di poter efficacemente affrontare i suoi problemi, di essere empowered e contemporaneamente essere una persona che ha qualcosa da offrire, avere quindi l’opportunità di essere anche empowering.

In conclusione, si può affermare che il processo trasformativo che i gruppi operano nella persona può essere interpretato facendo riferimento ai due strumenti cardine del trattamento individual-psicologico, ossia la compartecipazione emotiva e l’incoraggiamento.
L’incoraggiamento riattiva la fiducia in se stessi, ristabilisce la capacità di affrontare sia le situazioni
contingenti dell’esistenza che quelle imprevedibili e non consente mai all’individuo di sentirsi uno sconfitto,
neppure nel caso di insuccesso nella realizzazione di un progetto. Diventa però doveroso affermare che l’auto-aiuto non deve trasformarsi in un vincolo indissolubile, creando un legame di dipendenza: le persone devono poter fare progetti grazie alle potenzialità del gruppo, ma devono anche guardare al di là di questa esperienza, affinché l’auto-aiuto costituisca uno “strumento per la vita” e non si cristallizzi in una “scelta per la vita”.

Anna Ghignola

Tirocinante Corso di Laurea Tecniche della Riabilitazione Psichiatrica, Università di Pisa