Socializzare, coltivare le amicizie, interagire con le persone che ci circondano e con l’ambiente sono tutte relazioni che attivano il cervello e ne favoriscono lo sviluppo, per questo socializzare è così importante per il benessere dell’individuo: secondo studi di antropologia biologia, se si cresce socialmente isolati non si sviluppano correttamente le proprie capacità cognitive, mentre coltivare le relazioni e socializzare protegge il cervello dal deterioramento cognitivo e dalla demenza. Ciò è dimostrato da diversi casi, come quelli dei cosiddetti “ragazzi selvaggi“, cioè persone che hanno vissuto un periodo della loro infanzia fuori dalla società, tra cui i ragazzi che sono stati allontanati e quelli che sono stati abbandonati nella natura. La storia di Genie rappresenta un esempio di questo concetto: Genie era una bambina tenuta reclusa dai genitori fin dalla nascita, ma il suo caso fu reso noto quando aveva 13 anni; non avendo ricevuto alcuno stimolo emotivo o sociale, non era in grado di parlare e, nonostante i trattamenti, non riuscì mai ad acquisire un linguaggio fluido e complesso.

Un ulteriore caso è quello del ragazzo selvaggio dell’Aveyron: nel 1800 in un piccolo villaggio francese  giunse un ragazzino di 12 anni saltando di albero in albero, correndo e camminando a quattro zampe, completamente nudo. Come Genie, anche questo ragazzo non parlava, dato che,  essendo stato abbandonato dai genitori o rimasto orfano, non aveva mai avuto la possibilità di socializzare.

Socializzare è quindi considerato un vero e proprio processo evolutivo presente fin dalla prima infanzia: infatti nei primi 10 anni di vita l’essere umano acquisisce e perfeziona molti processi psicologici superiori, fra cui il linguaggio, che viene utilizzato nella socializzazione; il cervello continua a modificarsi fino ai 25 anni e raggiunge la sua completa maturazione anche grazie alla socializzazione.

Come già precedentemente affermato, la socializzazione protegge il cervello dal deterioramento cognitivo e dalla demenza, quindi è sicuramente un processo utile alle persone con disabilità intellettiva, che socializzano non solo perché è un lato istintivo e intrinseco nell’uomo, ma anche perché migliora la loro qualità di vita e le loro capacità intellettive: l’Associazione L’Alba punta molto sull’importanza di questo processo, creando dei gruppi aperti di confronto, di aiuto e di dialogo, cerca di evitare l’isolamento dei componenti, mirando all’inclusione di chiunque voglia parteciparvi. I ragazzi all’interno del gruppo si sentono parte di qualcosa, si confrontano, esprimono loro stessi e, anche coloro i quali hanno maggiori difficoltà riescono a socializzare e migliorare le proprie capacità linguistiche. Inoltre gli operatori incoraggiano gli utenti a sviluppare il loro lato più sociale, spingendoli a frequentare gli amici con regolarità, sentirsi per telefono, scrivere, cioè attuare tutti quei comportamenti che aiutano a mantenere l’equilibrio emotivo.

Inoltre è stato dimostrato da alcuni studi che la socializzazione influisce sullo sviluppo emotivo in diversi modi: sembrerebbe infatti che questa ponga dei limiti entro cui l’emotività deve essere espressa e che ad alcune emozioni venga dato maggiore rilievo e quindi maggiore importanza rispetto alle altre. La competenza socio-emozionale può essere quindi definita come la capacità di comunicare i propri stati emozionali riconoscendo e rispondendo a quelli altrui.  Ovviamente nel caso di persone con disabilità intellettiva aprirsi verso gli altri, mantenere le amicizie o crearne eventualmente di nuove migliorerebbe il loro stato emotivo perché significherebbe riuscire a comunicare i propri stati d’animo e soprattutto a prendere maggiore consapevolezza del proprio disturbo: chi per i motivi più disparati, che vanno dal non avere strumenti al non essere abbastanza incoraggiati o aiutati, non riesce a comunicare o socializzare rimarrà infatti rinchiuso all’interno di una bolla insieme al proprio disagio mentale, dal momento che sarà difficile a lungo andare mantenere vecchie amicizie per l’incapacità di esternare i propri stati d’animo e per lo stigma ancora presente e legato alla sofferenza e sarà maggiormente difficile crearne di nuove, sempre per motivi legati a paura del pregiudizio o a un’eventuale situazione di disagio. E’ necessario invece che la persona venga aiutata a socializzare, ad esternare i propri sentimenti, a sentire il calore umano degli altri che dà forza e conforto, ad evitare l’isolamento incoraggiando maggiormente gli incontri e la comunicazione, proprio per permettere a lui stesso e agli altri di prendere consapevolezza della propria situazione e di uscire da quella bolla che lo circonda.

In conclusione, socializzare è essenziale a qualsiasi età e per qualsiasi persona: mentre per i giovani si tratta di uno strumento di maturazione, per gli anziani rappresenta una protezione contro il deterioramento cognitivo. Quindi perché non approfittare dei vantaggi di una vita sociale attiva e soddisfacente? Perché non aiutare coloro che sono in difficoltà a maturare i comportamenti di socializzazioni per migliorare la qualità di vita? In fondo siamo esseri sociali e l’interazione con gli altri apporta al nostro cervello numerosi benefici.

Anna Ghignola

Tirocinante Corso di Laurea in Riabilitazione Psichiatrica, Università di Pisa