Nel XX secolo la salute viene definita dall’Organizzazione mondiale della sanità(OMS) “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia“, viene considerata un diritto e come tale si pone alla base di tutti gli altri diritti fondamentali che spettano alle persone.

La malattia quindi viene considerata secondo un modello chiamato modello biopsicosociale, ovvero una strategia di approccio alla persona, che attribuisce il risultato della malattia, così come della salute, all’interazione intricata e variabile di fattori biologici (genetici, biochimici, ecc.), fattori psicologici (umore, personalità, comportamento ecc.) e fattori sociali (culturali, familiari, socioeconomici , ecc.).

Il modello biopsicosociale si contrappone al modello biomedico, che attribuisce la malattia principalmente a fattori biologici, come virus, geni o anomalie somatiche, che il medico deve identificare e correggere. Il modello biopsicosociale trova applicazione a discipline che vanno dalla medicina alla psicologia alla sociologia; la sua accettazione e prevalenza variano tra discipline e culture.

Negli anni 1977 George Engel pubblica per la prima volta su Science  un articolo che mette in luce la necessità di un nuovo modello che metta al centro la persona ed il suo contesto bio-psico-sociale. La parte biologica viene comunque riconosciuta come importante ma, da sola, non è in grado di giustificare la varietà di presentazioni cliniche possibili. È quindi necessario prendere in considerazione anche il contesto in cui si trova il paziente, le sue credenze ed aspettative e l’influenza della società che lo circonda.

Ad esempio, in ambito di salute mentale una persona può avere una predisposizione genetica (fattori biologici) a un determinato disturbo, dovuta magari alla presenza di altri casi psichiatrici nella sua famiglia, ma devono essere presenti fattori sociali, come lo stress estremo sul lavoro e nella vita familiare o a scuola, oppure eventi traumatici, e fattori psicologici individuali, come tendenze perfezionistiche, una bassa autostima, una forte reattività affettiva, che innescano l’esordio di un determinato disturbo. Una persona può quindi avere una predisposizione genetica per una malattia, ma i fattori sociali e cognitivi, secondo il modello, devono intervenire per scatenare la malattia.

Per l’approccio biopsicosociale, nella diagnosi di una malattia mentale è importante considerare alcuni dimensioni prettamente sociali dell’individuo:

L’identità culturale del paziente: l’identità (Erikson 1950) permette una definizione di sé che comprende sia le capacità e le attitudini sia il ruolo sociale. La cultura del gruppo di appartenenza definisce chi si è e da quali valori si è guidati.

La spiegazione culturale della malattia: è importante chiedere al paziente che significato dà alla malattia, attraverso la consapevolezza dei fattori culturali si può accedere al mondo simbolico del paziente e aiutarlo comprendere e gestire i suoi sintomi.

I fattori culturali legati all’ambiente psicosociale: le componenti religiose e spirituali sono alla base del sostegno sociale (Lukoff et al. 1995), infatti il simbolismo e i rituali legati a queste credenze rafforzano la naturale capacità di ripresa dell’individuo associate a valori e teorie culturali su come affrontare le avversità della vita.

Gli elementi culturali della relazione tra paziente e clinico: gli elementi culturali influenzano il rapporto tra paziente e terapeuta.

Un modello che considera la malattia psichiatrica come una malattia biopsicosociale è il modello vulnerabilità-stress, una teoria esplicativa della patogenesi dei disturbi mentali, secondo la quale in alcune persone l’effetto combinato della vulnerabilità genetica e di fattori stressanti supera la soglia di adattamento bio-psico-sociale e favorisce la comparsa dei sintomi del disturbo mentale a cui la persona è vulnerabile (Zubin et al., 1992).

Secondo Monroe e Simons (1991) e Monroe e Hadjiyannakis (2002), i modelli di stress psicopatologico suggeriscono che tutte le persone hanno un certo livello di 
fattori di rischio predisponenti (diatesi) per un qualsiasi disturbo dato. Tuttavia, per gli individui c’è un punto in cui si manifesta un determinato disturbo, un punto che dipende dall’interazione tra la presenza di fattori di rischio e il grado di stress sperimentato dall’individuo. Poiché i modelli di vulnerabilità-stress analizzano le interazioni tra fattori di rischio premorbosi e fattori di stress situazionali, essi sono utili per descrivere chi potrebbe sviluppare un disturbo e chi no.
Un modello vulnerabilità-stress, ad esempio, può suggerire che fattori di stress relativamente piccoli possono portare all’insorgenza del disturbo in una persona che è altamente vulnerabile, mentre un altro modello vulnerabilità-stress potrebbe suggerire che un evento stressante di intensità maggiore potrebbe causare una reazione simile nella persona con scarsa vulnerabilità.

In conclusione quindi I Disturbi Mentali sono degli stati di alterazione patologica che colpiscono in vario modo le funzioni cognitive (il pensiero, l’ideazione, la concentrazione, l’attenzione, la capacità di affrontare e risolvere problemi), la sfera affettiva (l’umore, le emozioni, i sentimenti, l’ansia), il comportamento, la qualità delle relazioni interpersonali. In molti casi è il funzionamento complessivo della personalità ad essere disfunzionale.
Le cause dei disturbi mentali non sono ancora ben conosciute ma quello che è certo è che la maggior parte di essi deriva dall’interazione di più fattori: vulnerabilità biologica (una specie di predisposizione individuale e familiare), fattori ambientali (traumi psicologici, famiglia di origine problematica, ecc.), eventi stressanti nel corso della vita (separazioni traumatiche e lutti, migrazioni, condizioni economiche ed abitative precarie, malattie, ecc.), abuso di droghe (specie quelle che producono eccitamento e che alterano le funzioni cognitive).

Ludovica Paglianti

Tirocinante del corso di Laurea in Tecniche della Riabilitazione Psichiatrica, Università di Pisa