La parola “stigma” deriva dal greco e significa “marchio” e nell’antichità serviva a distinguere i padroni dagli schiavi. Oggi questo termine viene usato con tono discreditante, per disapprovare, schernire, declassare l’individuo ad un “essere di serie B”.

Secondo le statistiche, almeno una persona su quattro soffre di un disturbo mentale nell’arco della vita. Allora perché è tutt’ora diffusa questa reticenza nei confronti del disturbo mentale? Perché, pur essendo così diffuso, nessuno ne parla?

La vergogna ed il silenzio che accompagna queste situazioni prende il nome di stigma: secondo una diffusa percezione, soffrire di un disturbo mentale equivale quindi a valere meno degli altri.

Possono essere individuati vari fattori che contribuiscono a rinforzare lo stigma, cioè l’ignoranza, intesa come mancanza di conoscenza, i pregiudizi e l’emarginazione:

1) Assenza di conoscenza. Mentre in altri rami della medicina si parla di malattie, in psichiatria si parla di “sindromi“, ovvero un insieme di sintomi che si presentano in assenza di un danno anatomico visibile tramite strumenti di indagine specifici. In sintesi, non esistono marker biologici che permettano di individuare con certezza un disturbo mentale.

2) Pregiudizi. Il pregiudizio è un qualcosa che si pone prima di una conoscenza dell’oggetto sul quale stiamo esprimendo la nostra opinione, quindi esprimiamo un pregiudizio quando non abbiamo informazioni adeguate sulla persona o cosa sulla quale ci stiamo esprimendo, ma, nonostante questo, ci esprimiamo comunque.

3) Emarginazione. L’emarginazione è un’altra delle piaghe sociali della salute mentale: se questa venisse considerata alla stregua della salute fisica, il paziente con disturbi psichici giungerebbe alle cure più facilmente e precocemente. Grazie alla Legge 180 detta anche Legge Basaglia del 1978, sono stati aboliti i manicomi  e al loro posto sono state create delle reti di centri ambulatoriali il cui fine ultimo era quello di integrare nella società i pazienti. Nonostante ciò quello che più spesso accade è che la società non è pronta ad accogliere questi pazienti, spesso sono infatti le famiglie a farsene carico, senza alcun supporto da parte degli enti sociali.

4) Paura del diverso. A causa dell’errato confine che spesso si delinea tra normalità e follia, vi è una forte paura di ciò che convenzionalmente viene additato come “diverso” o “strano”: per esempio vedere un gobbo camminare in strada, oppure sentir parlare un balbuziente spesso crea disagio e paura, con conseguente allontanamento della persona.

5) Paura di proiettare noi stessi nell’altro. Chiunque nella vita ha avuto momenti di sofferenza, di tristezza o di forte instabilità: è proprio per questo motivo che di fronte a persone con un disturbo si ha la paura di far riaffiorire ricordi, sofferenze e disagi, in parole povere di “arrivare ad essere come loro”. Per continuare a sottolineare la differenza tra un io sano e un tu malato, vi è la tendenza ad allontanare e ad emarginare la persona.

Conseguenze dello stigma nel sociale

Per quanto riguarda la salute mentale, la mancanza di conoscenza porta all’affermarsi di idee preconcette, distorte e pregiudizi e a volte anche l’informazione divulgata dai media favorisce il pregiudizio e lo stigma poiché diffonde idee false sulla salute mentale, per esempio parlando della salute mentale solo in relazione ai fatti di cronaca nera: questo trasmette alle persone la falsa idea per cui i disturbi mentali si accompagnano a “pazzia” e “violenza“ e quindi coloro i quali hanno un disturbo mentale sono potenzialmente pericolosi e vanno evitati.

Un altro diffuso pregiudizio è quello che considera le persone con un disturbo mentale responsabili del loro disturbo, come se potessero controllarlo ed invece sono troppo deboli per poterlo gestire ed evitare. Quello che accade è che i sentimenti che le persone comuni provano nei confronti di un paziente psichiatrico siano molto diversi rispetto a quelli che si possono provare di fronte ad un altro tipo di paziente, per cui si tende a sminuire il disturbo mentale, a considerarlo solo un modo per ricevere attenzioni o per ottenere qualcosa, a considerarlo un niente, un “ma che vuoi che sia”.

Ultimo pregiudizio è quello della non curabilità. Questa idea preconcetta è del tutto falsa: molte situazioni di disagio psichico e molte sindromi psichiche possono essere trattate efficacemente con sistemi farmacologici e psicoterapici, per altro sappiamo anche che le cure sono tanto più efficaci quanto più è precoce la diagnosi e dunque l’intervento. Lo stigma però rallenta il riconoscimento e la dichiarazione sociale della sindrome, ritardando l’accesso alle cure o aumentando il rischio di ricadute.

Abbattere lo stigma

Da alcuni dati risulta che in paesi come l’India e la Cina, dove i disturbi mentali vengono visti come una fase di passaggio della vita e la visione è più positiva, anche le prognosi e le conseguenze sono meno gravi.

Ne deriva che abbattere lo stigma e guardare le sindromi mentali per quello che sono, cioè delle patologie così come altre patologie organiche in molti casi anche più curabili, ne migliora notevolmente la prognosi.

Ma come possiamo modificare la percezione che si ha dei disturbi mentali?

1) Parlarne liberamente. Uno dei modi che assolutamente possono essere usati per debellare lo stigma è parlare liberamente della propria condizione di malattia mentale così come si parlerebbe liberamente di altre condizioni di salute fisica.

2) Riconoscere le risorse. Spesso la condizione di patologia mentale non è così grave come sembra, in alcuni casi infatti si accompagna a grande empatia, sensibilità, creatività e capacità di fornire importanti contributi alla società.

3) Attenzione alle parole. Sostituire “essere” con “avere“: le persone hanno un disturbo mentale così come hanno la febbre piuttosto che altre patologie organiche. L’attenzione alle parole è veramente importante: la condizione in cui si trova il paziente con disturbo mentale non è essere una malattia ma avere quella malattia.

4) Fare informazione. Sono sempre di più gli interventi di prevenzione, sia nelle scuole che in ambito lavorativo, finalizzati ad informare la comunità sulle caratteristiche di un disturbo, sulla riduzione degli stereotipi e su come modificare dei comportamenti.

5) Creare situazioni di scambio e gruppi di autoaiuto. I gruppi di autoaiuto creano situazioni di parità, di confronto con gli altri e soprattutto permettono alle persone di sentirsi parte di una comunità, di comprendere che non sono soli e che condividono il loro disturbo con una grossa fetta di società. Molto spesso i gruppi di autoaiuto vengono gestiti da pazienti o da ex pazienti che acquistano una maggior consapevolezza del loro disturbo e, grazie alla loro esperienza, possono rinforzare il gruppo e loro stessi.

Per concludere, lo stigma ha radici profonde nella cultura di appartenenza, e non è facile sradicarlo. Ognuno ha la responsabilità, nel suo piccolo, di cambiare questo mondo: la società è fatta di persone. Portare l’attenzione su questi fenomeni e processi è il primo passo per provare a modificare il nostro comportamento e, di conseguenza, il mondo che ci circonda e che abitiamo.

 

Anna Ghignola
Tirocinante corso di Laurea in Tecnica della Riabilitazione Psichiatrica, Università di Pisa.