Workshop “Facilitatore Sociale per la salute mentale

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Giovedì 18 dicembre 2014, dalle ore 8:30 alle ore 14:00, presso l’Ospedale San Donato di Arezzo, si svolgerà Workshop “Facilitatore Sociale per la salute mentale: dalla formazione all’inclusione sociale”. L’evento è organizzato dalla Azienda USL 8 di Arezzo, PerFormat srl, Associazione L’Alba di Pisa e Associazione CON-TATTO di Siena a seguito del corso di Formazione “Facilitatore sociale per la salute mentale” di Arezzo. L’evento illustra un modello interessante di avvio del processo d’integrazione della figura del facilitatore sociale nei servizi territoriali, alla luce delle politiche regionali.

Cenone di fine d’anno al Ristorante del Cuore.

Fuochi d'artificio di Capodanno

31 Dicembre 2014 ore 20:30 Festeggiate con noi l’arrivo del Nuovo Anno!!! Menù Prosciutto di cinghiale Spianatina e salame di cinghiale Rocher di cotechino Polpettine di caprino con pistacchi e fragole Spiedino di polpo arrosto al rosmarino con pancetta e pane Capesante saltate con datterini, cipolla rossa e aneto Gamberi croccanti Pappardelle al ragù di cinghiale di Bolgheri Raviolacci al branzino e profumo di agrumi Filetto di manzo alla wellington con insalatina di lenticchie, carote e mela verde Filetto di spigola in crosta di patate con scarola ripassata Terrina di panettone e crema di limone Acqua, vino, caffè e spumante euro 45,00 Magia e intrattenimento con il Mago Robys RISTORANTE DEL CUORE – Via del Cuore n. 1 – 56127 Pisa (PI) – 050579941 – info@ristorantecuore.it

A Natale *** Pranzo sociale all’Alba Associazione

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A Natale, stiamo insieme a pranzo, in allegria e amicizia! Per non sentirsi soli. Come ogni anno organizziamo un pranzo sociale a 15.00 euro, prenotazioni al numero 050-544211 Costo 15 euro Menù “onnivoro” Crostini misti Lasagne alle verdure Polpa di prosciutto al forno Contorni misti Panettone e castagnaccio Menù vegano e vegetariano Crostini vegan Lasagne alle verdure vegane Sformatini di verdure Castagnaccio “A Natale non importa cosa trovi sotto l’albero, ma chi trovi intorno.” Stephen Littleword

Inaugurazione del Ristorante del Cuore

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Sabato 20 Dicembre ore 16:00 c/0 Via del Cuore 1 Inaugurazione del nuovissimo Ristorante del Cuore Finalmente apre dopo una lunga gestazione il Ristorante del Cuore ultima creatura de L’Alba, nato in coprogettazione con la Sds Pisa dal progetto ” Più che l’ Alba” finanziato da Regione Toscana e Fondazione Pisa, offre servizi di ristorazione e Catering sociali, gestito da ex-utenti della salute mentale riabilitati e/o in fase di riabilitazione si propone di ampliare l’offerta ristorativa in pieno centro storico arricchendola con innumerevoli menu con il servizio catering a domicilio e per convegni e cerimonie di ogni ordine e grado, lo staff sarà sempre costituito da persone provenienti da storie difficili e con problemi di salute mentale rinati. Il Ristorante ristrutturato da un locale fatiscente in pieno centro storico a Pisa in via del Cuore n. 1 appunto da cui il nome, presenta un sito di carattere archeologico con oltre 20 SILOS antichi ( sec.1200 -1400 ) che sono stati mappati e studiati e offre al suo interno una descrizione dei siti di maggior valore archeologico. Inoltre un bellissimo giardino aggrada l’ ampia corte interna con mura medioevali e colonne a vista in una atmosfera dal sapore di un’ antica intima eternità. I pavimenti della sala in cotto e dei bagni in cotto smaltato e le lampade in paperklay ( tutti materiali eco-compatibili) sono stati realizzati interamente a mano dal ” Laboratorio Ceramica e Psiche ” dalla maestria delle persone nei progetti di riabilitazione con l’arte de L’Associazione L’ Alba. Una cucina ultra moderna e accessoriata farà da strumentario allo Staff di Cheff che offriranno splendidi menu tradizionali e con tocchi di innovatività. Il Ristorante del Cuore vi aspetta.

Vincitori Sesta Edizione Versi per l’anima 2014 sezione Tweet

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1 premio: Cavatina di Luca De Ieso Il tweet, che nel titolo richiama un particolare brano musicale, si basa su una originale rivisitazione di una celebre frase e approda a un elogio dell’imperfezione vissuta in chiave solidaristica. La bellezza non salverà il mondo. Lo custodiremo noi, unendo le nostre  reciproche imperfezioni, fratello mio.   2 premio: Ricorda di Valeriana Ammanati Il tweet offre un’efficace metafora di come si possano superare le avversità valorizzando gli aspetti positivi che ci sono offerti dalla natura e dalle relazioni umane. Ricorda: Anche nella pozzanghera più fangosa Si riflette sempre il cielo e la luce dei tuoi occhi azzurri.   3 premio: Carceri di Pierpaolo Barone Un tweet che si colora di tristezza ed esprime lo sconforto di chi ha perduto la libertà e non può fare altro che osservare la stessa ossessiva immagine. Tasselli di cielo si intercambiano tra loro ridando la stessa triste immagine…

Vincitori Sesta Edizione Versi per l’anima 2014 sezione prosa

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1 premio: Esule di Lorenzo Cioni L’uomo è una fucina di contraddizioni, passioni, insicurezze e altro ancora che lo affaticano. L’adolescenza un periodo durante il quale il non più bambino deve affacciarsi alla porta che si apre su tutto questo e lo invita a entrare. E’ allora che ognuno di noi si sente un alieno, un esule che deve adattarsi a un altro mondo. Breve racconto che descrive, come in un fantasy, tutto questo e il salvifico arrivo della consapevolezza che placa, in maniera coinvolgente C’è stato un periodo della mia vita, attorno ai quattordici anni, quando mi sono convinto che ero un alieno, un essere arrivato da un altro pianeta. A volte pensavo di essere precipitato su questo pianeta arretrato ed ostile per un guasto terribile alla mia astronave, di essere sopravvissuto per miracolo e di essere stato costretto ad assumere un’identità terrestre per non essere scoperto e poter sopravvivere. Passavo così i miei giorni abulico, in perenne attesa di una comunicazione, di un messaggio, di un segnale che mi annunciasse che non ero stato dimenticato e che presto sarebbero venuti a salvarmi. Le notti stavo alla finestra della mia camera, sfidando le ire della mia madre terrestre, a spiare il nero della volta celeste alla disperata ricerca della scia di un razzo di salvataggio che mi avrebbe portato via da questo pianeta barbaro e inospitale. Altre volte pensavo a me stesso come ad un inviato di una qualche civiltà superiore mandato qui a studiare quelle buffe creature che sono gli umani, ad analizzare i loro strani usi e i loro bizzarri costumi. Passavo così i miei giorni immerso in studi esoterici, riempiendo di appunti quaderni su quaderni, concentrato, assorto. La mia madre terrestre e anche il di lei marito erano molto soddisfatti di me in quei periodi e lo stesso dicasi per i miei professori per cui tutti loro tendevano a trattare i miei periodi di abulia come dovuti alle tempeste ormonali proprie di quell’età terrestre. Io non ne ero consapevole e continuavo ad alternare le mie identità di naufrago e scienziato esploratore con una certa regolarità e coerenza fino ad una notte fatidica quando tutto si appianò con naturalezza. Mi ricordo che ero alla finestra a fissare le stelle. Doveva essere un mio periodo da naufrago. La strada era buia e silenziosa. Il cortiletto davanti a casa pure. Poi sentii un rumore come un cigolio che piano piano divenne un miagolio lamentoso, ripetitivo, insistente. Non era la prima volta che mi succedeva che già altre volte miagolii simili mi avevano svegliato nel cuore della notte e mi avevano convinto che ci fosse un bimbo disperato che piangeva in giardino ma quella notte fu diverso. Quella notte io riuscii a capire quello che diceva quel miagolio che altre volte mi era apparso solo come un incomprensibile grido animalesco di sofferenza. Quella notte quel miagolio mi disse che per me non c’era speranza, che ero condannato a questo pianeta fino alla fine dei miei giorni, che nessuno sarebbe mai venuto a riprendermi e riportarmi a casa e che tanto valeva che mi scordassi di essere o uno scienziato o un naufrago e che era meglio se avessi cominciato a vedere me stesso come un robinson destinato all’oblio senza nemmeno la compagnia di un venerdì. Quella notte mi fu tutto chiaro. Confesso che non fu facile ma forte della saggezza millenaria del mio popolo ce la feci e divenni un terricolo a pieno titolo. Ed ora, anni e anni dopo, sono ancora qui, sempre naufrago, sempre reietto ma senza grosse pene per cui le mie notti le passo a dormire nel mio letto e non più alla finestra a spiare le stelle oppure a spiare questi buffi umani. C’è una parte fanciulla dentro di me che a volte piange questa perdita ma la mia parte matura e razionale è soddisfatta e si accuccia sotto le coperte abbracciando forte il cuscino e aspettando fiduciosa che ogni notte vengano il sonno e l’oblio.   2 premio: Memoria di Maria Letizia Cardinali L’interiorità come un fantasma che vaga inquieto. Che è confuso a lungo finché riesce a gettare sguardi sul mondo che lo circonda, ritraendosi solo alla vista del cemento e che attende l’alba del suo esserci per vedere il cielo. Per trovare una parola, l’ombra di qualcosa di se, che si innalza come quella di una farfalla. Efficacissima descrizione di un’angoscia di vivere e della voglia di uscirne. Il fantasma attraversa il silenzio. Sotto di lui s’increspa l’immagine di una città vuota, vitreo riflesso del mondo di un sogno. Il fantasma soffoca a ogni passo. “Ho bisogno di te”, mormora. È il vento che canta. L’umanità, riflette, è senza inizio e senza fine. È un’umanità ormai senza memoria, che pur vive nell’ingannevole attesa di qualcosa. Come lui, che ancora cammina per ritrovare la strada. Lui era bello. Candido come la neve, silenzioso come un fiore in mezzo ai boschi, lo si vedeva girare per quella città di morti come se fosse stato morto a sua volta. Assaporava coi passi la sensazione di quella lieve libertà, sotto la luce incerta di un lampione rotto. Si sentiva distrutto, fasullo, disintegrato. E non fisicamente, per quanto l’assalissero ogni tanto quei malesseri che derivavano da una mente affaticata. A volte, egli stesso era senza memoria. Giaceva nel letto in uno stato di completa ignoranza, senza sapere chi fosse né da dove venisse. Pensava, semplicemente. In quei momenti avrebbe voluto prendere in mano una penna ed essere abbastanza veloce da poter annotare tutte quelle immagini. Come il campo di fiori in bianco e nero che d’improvviso si punteggiava d’amaranto. I fiori sbocciavano sulla punta di un pennino. Ammirava i poeti, invidiava chi era capace di scrivere in versi. Un tempo non avrebbe mai giudicato la prosa inferiore alla poesia, ora lo faceva perché la poesia non era qualcosa per tutti. Per questo cercava una prosa che fosse il più possibile simile a uno scorrere di versi, quand’anche il solo scorrere fosse stato quello dei pensieri. Rifiutava i dogmi, ciò che veniva costretto ad apprendere. Avrebbe potuto imparare molto di più da solo, ma nessuno pareva rendersene conto. E così si trovava a cader preda dell’inerzia e della disgustosa insofferenza, a parlare di begli ideali senza muoversi mai. Era paura? Non l’avrebbe mai ammesso. Di tanto in tanto udiva il battito del proprio cuore. Lo ascoltava, quasi sorpreso che esistesse ancora. Il tempo gli aveva insegnato ad ignorarlo, quasi sempre, perché il cuore parlava di cose scomode. “Tu lo sai”, diceva “lo sai che in fondo ti piace quello che sei. Ed è ciò che non riesci ad accettare. Amare questa indifferenza, questa malinconia… non è possibile, vero? Eppure tu le ami, nuoti nei loro ventri. E ti fa schifo. Ti fai schifo. Tu, proprio tu, vigliacco.” Egli non dava mai ragione al tempo, e ogni volta se ne pentiva. Sì, avrebbe voluto dire al cuore, è vero. Avrebbe voluto avere più coraggio, così da poter abbandonare quella vita insulsa. Così da poter annegare lontano, perso in quei sentimenti che nonostante tutto lo facevano sentire ancora vivo. Allora toccava un foglio bianco con la punta della penna e si sentiva stanco. Un mero involucro senza nulla da dare eppur pieno di fin troppe cose, tanto da non sapere da che parte iniziare. E poteva sfogarsi solo con le lacrime. Gli sembrava di desiderare l’amore di qualcuno, poi decideva di non aver bisogno e rimaneva lì, avvolto nelle coperte come una crisalide, mentre fuori scorreva il mondo marcio e sempre uguale. Viveva in quella società senza passato, che non aveva futuro. Camminava in mezzo a quel brulichio di uomini allo stadio larvale, così uguali fra loro che quasi non riusciva a distinguerli. Li guardava ridere felici, ignari, lui solo era consapevole, provava pietà per loro. Di nuovo buttava la penna sul foglio, di nuovo non riusciva a dire nulla. Così alzava gli occhi e versava una lacrima, in alto verso un cielo color panna. Cadeva la neve. Osservava i fiocchi sciogliersi sulla sua pelle, restava immobile in mezzo al silenzio. Poi muoveva un passo, riprendeva a camminare. Come un fantasma cammina ancora. Si muove in cerca di ciò che ha perduto, gettando sguardi nel mondo intorno e ritraendosi alla vista del cemento. Attende che passi la notte, che venga l’alba. Allora potrà, finalmente, vedere il colore di un cielo vivo. Potrà trovare una parola. Potrà vedere, laggiù, l’ombra di una farfalla che s’innalza.   3 premio: Tulipani rossi di Elena Panzera Delicato e ben articolato racconto di quell’ incontro che rimane spesso nei sogni di chi è stato separato da un amore. L’incontro dopo tanto tempo di due persone che sembra non siano state toccate dal tempo. Come dal tempo non è corrotto quell’ amore. E infine è sera di festa. Il paese è pieno di lucciole che scendono a ballare dai colli tutt’intorno. Gli uomini, le donne, i vecchi e anche i piccini hanno bevuto un goccio di vino stasera, e sono più inclini al sorriso. Sotto la polvere delle case c’è ancora voglia di incontrarsi, di volersi bene. In piazza si canta e si danza fino a tarda notte, è un rito antico e magico dell’allegria. Delia ha il vestito nero, le braccia nude e i capelli raccolti. Lo sta aspettando. Balla con tutti, non sa neanche con chi, forse sconosciuti. Lui arriva tardi, alle sue spalle. Le poggia le mani sui fianchi, e subito i palmi di quelle mani si mutano in coperchio per il vaso dei mali del mondo. Le anche di lei sono ancora ferme e accoglienti, pronte a sostenere i figli che non hanno fatto in tempo. È stato lui a levigarle di carezze, la notte, tanto tempo prima. Delia chiude gli occhi a quel gesto inconfondibile. Sente odore di fiori e prova a indovinarne il colore, la forma. Ma sa già che sono tulipani. Si volta piano, trema. “Per te, Delia.” Ecco i tulipani, rossi e meravigliosi in mezzo a loro due. Lui la osserva e sorride. È rimasta fedele alla vecchia promessa, non ha smesso di essere bella. Agli antipodi di quel paesetto lordo, creature simili non ne ne aveva mai trovate. I suoi occhi con dentro fiumi grossi l’avevano seguito ovunque; le loro correnti, dopo tanto peregrinare, lo avevano ricondotto a casa. “Amore mio.” Si fissano con uno sguardo lento, lungo come il succedersi dei giorni sotto soli differenti. Delia piange piano, in silenzio. I suoi piedi sono tutt’uno col suolo, l’aria è immobile e gentile. Lui solleva una mano e la passa sulla sua bocca portando via il rossetto. Poi sale ai capelli e li scioglie in un unico, piccolo gesto, conoscendone l’intreccio. Si avvicina al suo collo e annusa forte i capelli, l’ultimo angolo inviolato del paradiso. Le sfiora l’orecchio con le labbra. “Sulla via di casa ho incontrato la Madonna. Dice che è gelosa di te.” Delia ride, non capisce più niente. Lo fissa soltanto, riavendosi in quel suo sorriso asimmetrico e immenso. Poi piange più forte, ferma sui poveri piedi, non più padrona di sé, goffa, incapace di aggiustarsi. E’ ora di lavare via tutto. “Andiamo a casa, Delia.” Si incamminano vicini sul viale pieno di ciottoli. Sorridono, ognuno per conto suo, senza parlare. Sanno tutto, ogni gesto che verrà, e i tacchi di Delia schiacciano i sassi sempre più forte. In camera si spogliano l’una di fronte all’altro. Con l’audacia che resta loro e gli occhi gonfi, fissano i corpi su cui sono passati gli anni. Si stendono adagio sul letto come una luna spaccata a metà, e naso contro naso si prendono la mano, sospesi. Certo hanno fretta di sentirsi, ma prima devono ritrovarsi. Lui le bacia i polsi sottili, sente il suo cuore contro le labbra, la guarda. Trema forte, il giovane uomo che si credeva ormai vecchio, e questa volta non sono le bombe. C’è questo corpo di donna, spalancato e bellissimo, pronto a riscattare il fango, a benedire la vita. Eppure il soldato adesso piange. Il candore che Delia spande su tutto gli ferisce gli occhi come un fascio di luce dopo un buio lunghissimo; è una quiete insopportabile. La guerra gli ha forse tolto il diritto a tanto splendore? Delia scuote la testa con un sorriso piccolo, un diniego alla sua muta domanda. Il suo buon compagno ha già lasciato troppo di sé ai fossati e alla polvere: l’ardore sul suo viso è spento, il guizzo degli occhi mutilato da una paura che non se ne andrà. Lei non lascerà che la battaglia lo sconfigga, restituendolo morto tra i vivi. Lei lo amerà, lo porterà in salvo, cancellerà l’amarezza di quella lunga tempesta. Nel suo vivo amore, gli restituirà la pace che resta. E lui vivrà, sarà felice di vivere. Adesso l’uomo la guarda con occhi nuovi. Si fida di lei, insieme rifioriranno. Vede il mare di Delia agitarsi, la tempesta arrivare veloce. Poi in un attimo gli argini si spezzano: è tempo di amarsi. La guerra è finita.   Menzione Speciale 1: La Bibbia secondo Frittella di Fabiana Pacini Surreale interpretazione della Genesi dettata da un altrettanto surreale e buffo personaggio alla buona. Racconto dove fantasia, ironia e comicità si mischiano in una piacevole pagina che alleggerisce lo spirito ma fa pensare. “ Da quell’esplosione primordiale uscì fuori Afl,l’Essere Supremo, che si ritrovò all’improvviso spalmato contro il tetto dell’Universo” e “Il Tutto e il Nulla stavano litigando furiosamente per l’ennesima volta”. Si legge in un fiato divertendosi. Capitolo 1:La Genesi. In principio fu il Nulla. Questi galleggiava in una pacifica inerzia, espandendosi ovunque e dovunque, di sopra e di sotto, a destra e a sinistra dell’Universo, perché c’era soltanto il Nulla ad occupare spazio. Non si sa per quanto tempo il Nulla la fece da padrone, poiché non esistevano ancora le leggi della matematica e della fisica, quindi poteva aver regnato per millenni o solo per pochi secondi, ma si sa che tutto era buio, freddo e tetro. Lo stesso Nulla si annoiava a morte; aveva provato a trastullarsi con la battaglia navale, ma essendo l’unico giocatore tirava giù le corazzate al primo colpo. E come se ciò non bastasse, sulla pelle del povero Nulla, per cause ignote o per scarsa igiene, si venne a creare un qualcosa, che agli inizi si mostrò d’insignificante consistenza, un puntino nero, ma che lentamente ed inesorabilmente crebbe fino a diventare una pustola, anzi un gonfio bubbone, che lievitò e lievitò fino a quando non esplose proiettando il Tutto nell’universo. Perciò, non è vero che il Tutto ed il Nulla sono entità separate e distante, ma la prima ha generato la seconda e la seconda ha completato la prima, ed entrambe coesistono in un perenne e fragile equilibrio. Da quell’esplosione primordiale uscì fuori anche Afl, l’Essere Supremo, che si ritrovò all’improvviso spalmato contro il tetto dell’universo, palesemente sorpreso e con un vistoso bernoccolo sulla fronte. -Sorbole che capocciata!-Esclamò strusciandosi la parte lesa, e ancora mezzo rintronato per i postumi, provò a cercare il suo necessaire per il tè, l’adorata poltrona in cuoio brunito ed il tavolinetto rococò, ma l’impresa si rivelò difficile fin dagli inizi. Difatti da un Universo buio, freddo e noioso si era passati di colpo alla luce, al caldo e al caos; la materia era sparsa dove prima stava il Nulla ed anche le suppellettili di Afl galleggiavano assieme ad essa. Afl era appena riuscito a ricuperare la sua preziosa miscela   Black Jewel, quando un grido improvviso lo fece sobbalzare; per lo spavento il sacchettino del tè che aveva in mano si aprì e la polvere si mescolò a quella cosmica, e Lui vide che quella non era cosa buona. -Ma porca pupazza, chi è che fa tutto ‘sto baccano?- La risposta arrivò immediatamente; Tutto e Nulla stavano litigavano furiosamente e per l’ennesima volta. Il Nulla accusava il Tutto di barare a battaglia navale, il Tutto si difendeva dicendo che vedeva immediatamente dove il Nulla piazzava le corazzate in virtù di essere il Tutto. Il Tutto giudicava il Nulla come un essere ordinario, precisino e leggermente palloso, d’altra parte il Nulla ribatteva che il Tutto era disordinato, casinista e psicotico. -Nulla, se non la smetti lo dico alla mamma!- -Tutto, ma cosa piffero stai dicendo, IO ti ho generato!- -Tu non sei mia madre!- -Hai ragione! Tutto, io sono TUO PADRE!!!- -NO!!!- Quando il Tutto ed il Nulla si fanno guerra, l’esito certo è l’apocalisse; fu allora che Afl prese la decisione di creare le leggi della matematica, della fisica e della chimica affinché fosse messa pace tra i due litiganti. -Ragazze, fate un buon lavoro, mi raccomando…-disse loro. La gravita fece sì materia iniziasse ad addensarsi, la chimica aiutò gli elementi a combinarsi, mentre la matematica dette origine allo spazio ed al tempo; lentamente l’Universo si raffreddò, la luce divenne più soffusa, il Tutto ed il nulla furono costretti a fare pace. Ed il caos primordiale prese la strada dell’ordine; nacquero le prime galassie immensi ammassi infuocati di stelle e di pianeti, ciascuno in rotazione perpetua attorno ad un’ orbita precisa e ben delineata. Allora, e solo allora, Afl ritrovate tutte le sue suppellettili e messa l’acqua nel bollitore, si mise a sedere sulla poltrona godendosi il panorama. -Che gran bel giramento di palle!-Esclamò soddisfatto, e vide che ciò era cosa molto buona.   Menzione Speciale 2: Esci fuori di Elena Casini Racconto della non normalità vista come una normalità a parte, un personale modo si essere che gli altri vedono con spavento. Una  madre sgomenta che non sa più cosa fare quando il figlio, ormai un uomo, vuole entrare nella credenza come quando era piccolo nei momenti di paura. E gli apre la porta anche se è agitato “tanto non poteva nascondere la sua condanna”. E lui esce di corsa e vede tutti i suoi pensieri sopra una nuvola. I pensiero libero rende liberi. “Esci fuori”. Mamma Santina glielo gridava non appena lui si rintanava nella credenza. Quando aveva 6 anni, Achille entrava nel mobile di cucina, tutto rannicchiato. Ci provava anche ora che era grande, ogni volta che il dolore della mente era così forte da premere dall’interno pretendendo spazio. Adorava l’aria aperta, la libertà che gli dava camminare. Andava avanti per ore scoprendo un mondo che un po’ lo sorprendeva, un po’ lo faceva sentire solo. Dialogava fra sé, Achille, diceva la gente. “Parlo con chi mi sa ascoltare”, ribatteva l’uomo. Gli occhi rivolti sempre al cielo, il sorriso stampato in faccia. “Chi ride più oggigiorno?”, si disperava la madre. “Solo gli stupidi”, commentava ai conoscenti che cercavano di consolarla, con una disgrazia del genere in famiglia… I lineamenti marcati, i capelli ormai grigi e quelle labbra aperte a pronunciare parole, Achi era abituato a essere studiato. Non se ne accorgeva più. Sapeva, ma guardava oltre. “È il frutto di un incesto”, aveva mormorato in più di un’occasione la gente. Lui memorizzava le frasi che gli sputavano in faccia e creava un suo vocabolario. Non sapeva decifrare la lingua altrui. Parlava soltanto la sua. Così nella sua testa era un cesto pieno di frutti. S’immaginava uva, melograno, kiwi e pomi. Risultati di una stagione autunnale dai colori caldi e dorati. “Sciocco” (una pagnotta ancora sporca di farina), “sciagura” (lo sciabordio del mare, dopo una tempesta di vento), deficiente (una tavoletta di cioccolata e liquirizia). “Come stai Achillone?”, lo sbeffeggiavano i ragazzini. Gli occhi all’insù, la pancia gonfia, le camicie a quadri ben rincalzate nei pantaloni: “Sto nell’aria”, rispondeva lui ridacchiando. E osservava il cielo muovendo la testa da sinistra a destra. Leggendo le sue parole a volte nel celeste cristallino del mattino, altre nel rosso cocente del tramonto. Quel pomeriggio Santina stava stirando. Achille era agitato da ore. Si era accovacciato per infilarsi nella credenza quattro volte. “Non puoi entrarci adesso. Non puoi!”. Lui singhiozzava, il moccio che gli cadeva sulle labbra. Sentiva disperazione nella sua mente, vuoto e paura. Tanta paura. Un dolore che gli entrava nella pelle, nel cervello. Santina si metteva le mani sulla fronte. Sudava e imprecava. Aprì la porta d’ingresso per fare entrare il vento e far spazzare via la tragedia che si ritrovava per la casa. Non le importava della gente. Tanto non poteva nascondersi: la sua condanna, il figlio, era ingombrante. Achille uscì a corsa. Le passò davanti come se lei non esistesse. “Guarda. Lassù”, gridava. “Su quella nuvola, c’è scritto il mio pensiero. Sono tutti là in alto. Leggi!. C’è scritto, ‘Esci fuori’”.  

Vincitori Sesta Edizione Versi per l’anima 2014 sezione poesia

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1 premio: Vecchi dolori di Giovanna Roventini Affidarsi al vento affinché i dolori del tempo siano soffiati via dalla luce e dall’energia dell’esistenza. Versi che ci riportano a pene sofferte e momenti difficili, ma che hanno dentro una speranza che la malasorte non riesce a soffocare. Un lieve spiraglio di sole li illumina, il volo leggero di un pettirosso verso il futuro li anima… I vecchi dolori ti riportano indietro nel tempo cento passi di digitale velenosa. Occhi di cenere meditavano allo specchio da dove saliva quel tralcio di dolore che ogni giorno ti teneva legata. Poi ti affidasti al vento salendo su in collina sentisti rigenerarti da quell’aria più fine tornò la luce negli occhi che ripresero a contemplare un mondo di verginali presenze e nel loro esistere così ricco di linfa vitale il cuore fece il suo balzo caldo di pettirosso.   2 premio: Promessa di Lorenzo Del Corso Conoscenza profonda del linguaggio della poesia. Una maestria che fa suonare le parole e fa emergere profondi significati. L’avere intrapreso il cammino della vita, talvolta difficile e arduo, non fa dimenticare la forza rigeneratrice dell’amore e dell’amicizia, quasi la vicinanza fosse fuoco ed appiglio della speranza di essere / esistere e resistere ad ogni avversità. Quando piegherò i ginocchi sull’asfalto e sarò rorido di pianto; quando le stelle dall’alto si gireranno insoddisfatte dandomi le spalle, e il veleno, nei pensieri, le membra avrà disfatte; quando le vene tagliate congeleranno i polsi, quando l’ansia mi prenderà a morsi per tutte le scelte sbagliate e rifugio non resta che il pianto: ti prego tu stammi accanto.   3 premio: L’attenzione di Giusy D’Urso Il tema della sofferenza e della mancanza d’amore esce fuori e colpisce. E’ un grido, un sussurro di dolore che si sparge nel nostro mondo distratto che tutto consuma… anche le persone. E noi non dobbiamo altro che fare attenzione a ciò che accade, guardare e capire. Persino l’amore, se non coltivato e difeso, può divenire un dubbio atroce che uccide ed esilia. Ne ho viste alcune tormentarsi i capelli sulle punte. Come se quello sfarinare di ciocche a finire distogliesse lo sguardo da un dolore infinito. Mi hanno messo una mano sul cuore e poi si sono dileguate per essere rincorse e ritrovate in labirinti di cui non s’intravede uscita. Ho camminato a lungo, ho corso e mi sono arrampicata sul loro dubbio atroce dell’amore. Ragazze orfane d’attenzione. Braccia magrissime senza abbracci. Madri mancate di se stesse.   Menzione speciale: Un uomo un uomo di Elena Panzera Le forze vive e i sentimenti vitali si devono nascondere? Se l’amore diverso viene taciuto, allora il mondo diventa sofferenza e silenzio, incomunicabilità e separazione, rinuncia e dolore. La vita potrebbe essere semplicemente altra, se ogni pretesa “normalità” fosse superata dalla libertà di esprimersi ed essere. Non una carezza mi è concessa, amico, amore. Ciò che mi resta sono due inconsolabili occhi, per indovinare, sul tuo volto di uomo, irregolare, e chiaro, e bellissimo, il contatto della mia mano di uomo. E proprio l’ardore di questi miei occhi, affamati fino a diventare feroci, prego che ti resti nascosto; poiché, adorato ragazzo, nemmeno per un minuscolo istante sopporteresti la mia emozione, eppure io odierei maggiormente il mio irreparabile sesso, che nulla mi vale, presso di te, se non ripugnanza e disprezzo. Mio solo nutrimento sia dunque il tuo splendore di astro; mia unica consolazione un incandescente non averti, che lo spezzarsi del tuo gelo in un battito di ciglia spazzerebbe via.

Big Bug Fish al Verdi

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Venerdì 19 dicembre alle ore 21 presso il Teatro Verdi di Pisa si svolgerà lo spettacolo Big Bug Fish, ideato e prodotto dall’Associazione L’Alba. La prevendita dei biglietti sarà a cura del Teatro Verdi. L’incasso sarà devoluto ai percorsi di inclusione e riabilitazione psico – sociale di utenti della salute mentale. Da oggi, martedì 9 Dicembre, sono in vendita i biglietti presso il BOTTEGHINO del TEATRO VERDI: da martedì a sabato (festività escluse) ore 16.00-19.00 mercoledì, venerdì e sabato anche ore 11.00-13.00 – 
Lo spettacolo “BIG BUG FISH” frutto di una regia partecipata coordinata da Gabriella Garzetti integra in scena la sapienza dei laboratori artistici utilizzati dell’Associazione L’Alba come strumenti per la trasformazione emozionale e l’autonomia di persone con problemi mentali – attori dello spettacolo. Il lavoro rappresenta una mito-genesi della vita, pesci e insetti, esseri antichi e resistenti, sopravvissuti anche alle più terribili catastrofi, guidati dal consiglio dei buoni la Grande Farfalla, l’ Ape Regina, Il Big Fish e lo Scarabeo, riescono ad uscire dal dominio del male e a rigenerare un nuovo mondo, più equilibrato.
Un favola contemporanea per grandi e piccini con uomini-pesce e uomini-insetto, un mito delle origini antropomorfizzato, con simboli di totem tribali, il suono, la voce, il movimento, il ritmo partono e si intrecciano in suoni, danze, movimenti in cui antico e contemporaneo, primitivo e futuribile si mischiano intessuti di sonore sembianze umane…
Pesci e insetti a metafora di tutti gli esseri superano le dure prove del vivere attraversando le avventure del percorso vitale, morti e rinascite.
l’ ALBA è la NASCITA del nuovo giorno, il sereno dopo la catastrofe, l’albero della vita compare nell’universo mitico al centro della prima grande nascita, la nascita del mondo. Ci troviamo di fronte a miti diversi, a diversi rituali, a popoli che vivono in condizioni culturali diverse, ma che ovunque anelano un’altra prima grande nascita, la nascita di un’altra era, più consapevole, più umana.
Uno scenario a metà tra il surreale e lo psichedelico, il grottesco e il fiabesco, che si staglia in momenti di eccezionale poesia e verità grazie alla professioalità e profondità umana dei conduttori dei laboratori e all’autenticità dei soci-attori utenti.
Lo spettacolo sarà impreziosito dalle esibizioni di: Madaus (vincitori Premio Ciampi 2011 e SenzaFilo Contest 2013), Finaz (chitarrista della Bandabardò) e E.P.O. (King Crimson cover band).
La serata si concluderà con un finale tutto a sorpresa.
Non perdetevi questa spettacolare avventura artistica e sarete felici di averci sostenuto !!!!!
L’evento si inserisce all’interno delle Giornate Nazionali della Salute Mentale, organizzate
dall’Associazione L’Alba, grazie al contributo di Ecofor Service spa e Geofor spa.
Si ringrazia inoltre la Fondazione Cerratelli per i costumi. Inoltre potrete trovare i biglietti qua: – PREVENDITA TELEFONICA Teatro Verdi, con carta di credito: da martedì a sabato (festività escluse) ore 14.00-16.00 tel 050-941188 risponde operatrice della Biglietteria del Teatro Verdi Scelta posti sull’intera pianta, e senza commissioni aggiuntive a carico del cliente. Il cliente ritirerà i biglietti la sera dello spettacolo esibendo il documento d’identità oppure la carta credito utilizzata. – PREVENDITA ON-LINE con carta credito sul sito www.vivaticket.it e su www.teatrodipisa.pi.it attivo 24h24 visualizzazione della pianta e dei posti aggiornata in tempo reale A carico del cliente una commissione aggiuntiva (per aggio Circuito). PER CHI AVESSE DIFFICOLTA’ NELL’ACQUISTO ONLINE SIAMO DISPONIBILI A DARE SUPPORTO TECNICO, L’ORARIO DI SEGRETERIA DELL’ASSOCIAZIONE L’ALBA E’ DALLE 9.30 ALLE 13 E DALLE 15 ALLE 19 DAL LUNEDI AL VENERDI IN VIA DELLE BELLE TORRI N.8 Introduce lo spettacolo il Sindaco di Pisa Marco Filippeschi.